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Archive for the ‘post rock e scene contigue’ Category

Animal Hospital, Good or plenty, streets and avenues (Mutable sound, 2009)

Posted by metropolinvisibile su aprile 28, 2009

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Siamo agli sgoccioli del primo decennio del XXI secolo e considerare ancora il post-rock serbatoio di innovazione musicale è pura follia. Ci sono ancora band in grado di interpretare le sonorità di Mogwai & Co. con estremo rigore e dignità (vedi i “nostri” Port Royal, i Low Frequency in Stereo, i This Will Detroy You e pochi altri), ma è innegabile che la stragrande maggioranza delle produzioni post-rock contemporanee è contrassegnata da un manierismo assoluto.

Proprio in virtù di queste considerazioni il lavoro di Kevin Micka (già attivo nei Common Cold) e dei suoi Animal Hospital assume ancor più valore perchè riesce ad evadere in maniera netta da ogni supporto di etichetta, mostrando un’attitudine che ci fa tornare indietro di circa un quindicennio, quando il post-rock era tutt’altro che una semplice tag musicale, ma rappresentava il più grande cantiere globale di trasformazione della musica.                                                          

A distanza di cinque anni dall’esordio ufficiale della one man band, il ragazzo di Boston in questo 2009 sente di aver davvero molto da dire, facendo uscire ben due album a pochissimo tempo di distanza l’uno dell’altro: “Memory” (edito agli inizi di marzo da Barge recordings) e l’ultimissimo “Good or planty, streets and avenue”. Quest’ultimo contiene una serie di tracce registrate in maniera estemporanea da Kevin tra il 2007 ed il 2008, che solamente in un secondo momento vengono raccolte in un progetto discografico unico.                                                                                                                                

Ed è forse proprio questa estemporaneità a far sprigionare tutta la potenza espressiva di Animal Hospital che, dopo l’intro di “We can”, invade i nostri sensi con “Nevel moments”, drone-folk asprissimo intriso della visionarietà del miglior Roy Montgomery. L’ondeggiare lieve e circolare di “March and june”, calibrato dalla splendida voce di Katharine Fisk Shields, ricorda piacevolmente le atmosfere ammiccanti degli Aerial M, mentre la quasi-fennesziana “11.18.07” e l’ambient ruvido di “What it they are friendly” sembrano sintomi di un isolazionismo deviato e convulso. L’interludio elettroacustico di “Good or plenty” ci traghetta nella parte finale del disco, quella più propriamente post-rock. “Dafine” è in bilico fra i primi Tortoise, ed i Fly Pan Am più folkeggianti, “Barnyard creeps” ricorda le pregevoli ed elaborate tessiture dei Windsor for the Derby talvolta sovrastate da barlumi di noise, mentre la conclusiva “Labor day” è un coacervo di psichedelia ambientale e rumorismi astratti su cui sembra vagamente installarsi l’eco del cosmic country dei Rex. Il post rock dei ’90 è stato un laboratorio aperto di sperimentazioni e contaminazioni: Animal Hospital è in grado di far rivivere quello spirito e per questo non gliene saremo mai grati abbastanza.

 

Tracklist:

1. We Can (0:32)
2. Novel Moments (5:08)
3. March and June (6:23)
4. 11 18 07 (5:55)
5. What If They Are Friendly (3:55)
6. Good or Plenty (1:43)
7. Define (7:07)
8. Barnyard Creeps (5:38)
9. Labor Day (6:59)

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Bachi da Pietra, Tarlo terzo (Wallace, 2008)

Posted by metropolinvisibile su dicembre 18, 2008

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I Bachi da Pietra sono Bruno Dorella (Ronin e OvO) alla sezione ritmico-percussiva e Giovanni Succi (quasi un decennio nei Madrigali Magri) a chitarra e voce. I loro album, siamo al terzo, sono stati prodotti dalla Wallace, dalla mitica Wallace Records aggiungerei.  La stessa etichetta che ha nel proprio catalogo A Short Apnea, Black Engine, One Dimensional Man, Polvere, Rosolina Mar, Taras Bul’ba, Uncode Duello: vale a dire il meglio del rock-altro venuto fuori in Italia negli ultimi dieci anni. I Bachi da Pietra sono tra i migliori interpreti di quella scuola anomala italiana che circa dieci anni fa interpretava a modo suo il post-rock, grazie a gruppi come Six Minute War Madness, Giardini di Mirò, My Cat is an Alien, A Short Apnea, Starfuckers, e che nel corso degli anni Zero ha giocato un ruolo fondamentale, a livello internazionale, in quel fenomeno di ibridazione dell’ heavy sound che, contaminatosi con materiale noisy, ambient, avant jazz,  ha rappresentato una delle novità più interessanti del nuovo millennio.


“Tarlo terzo” è un disco che trae la sua forza proprio dall’anomalia, dallo stare completamente fuori dagli schemi, da quelle regole che anche nell’underground assecondano i linguaggi propri del buoncostume securitario consumistico. Il math-dub obliquo e asfissiante di “Mestiere che paghi per fare”, “Seme nero” ed “Fbd” ci traghetta verso i primi Scorn. Il cantautorato astratto di “Tarlo della sete” e “Per la stanza del solaio” sembra il cantico di addio al mondo di Tom Waits che cerca, con il cappio al collo, di urlare a tutti che i criminali sono altri: le banche, i finanzieri, i killer in divisa. Il finto jazz tortoiseggiante di “I suoi brillanti anni ottanta” e le atmosfere minimal-avant di “Andata” non fanno altro che dare un surplus di ammirazione emozionale nei confronti di un album già di per sè completo e complesso.

Tracklist

01. Servo
02. Mestiere Che Paghi Per Fare
03. Tarlo Della Sete
04. I Suoi Brillanti Anni Ottanta
05. Lina
06. Seme Nero
07. Lui Verrà
08. Andata
09. FBD (Fosforo Bianco Democratico)
10. Dal Nulla Nel Nulla
11. Per La Scala Del Solaio

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Port Royal and Absent Without Leave, Magnitogorsk (Sound in silence, 2008)

Posted by metropolinvisibile su ottobre 5, 2008

I Port Royal rappresentano già da qualche anno una delle migliori espressioni dell’artigianato postrock-ambient-elettronico contemporaneo. Fuori dai clamori glam che spesso hanno contornato e rincoglionito gruppi ben più noti appartenenti a quella che ormai è diventata una “meta-scena musicale”, i genovesi hanno saputo lavorare in maniera seria e serena sul loro suono, affinandolo e perfezionandolo nei particolari fino a fargli “mancare solamente la parola” (ovviamente si tratta di un puro gioco di parole che assolutamente non vuole sconfinare in una richiesta al gruppo di mettersi a cantare!). In questo split con Abstent Without Leave (progetto del giovanissimo greco George Mastrokostas, già segnalatosi quest’anno con l’album “Postcard From Nowhere”), “Magnitogorak”, i Port Royal danno prova di una maturità sonora che ormai possiamo dare per pienamente acquisita. Si muovono con sobrietà e raffinatezza tra suoni che ricordano la Bristol Psycho, in particolare gli Amp più strumentali ed i Flying Saucer Attack più cadenzati , tappeti ambientali che oscillano tra la compattezza armonica dei Dissolve e le tenebrosità dei Magnog (“Agent 008 codename littlehorses”), ed innesti elettronici che si apparentano con i To Rococo Rot e che guardano da lontano addirittura i maestri Orb (vedi soprattutto l’iniziale “Ernst block”).

Bella scoperta è invece Absent Without Leave, che si caratterizza per un sound decisamente meno elaborato e stratificato dei Port Royal, ma decisamente allo stesso modo incisivo e capace di muoversi con disinvoltura e personalità in un terreno che da qualche anno appare un po’ troppo inflazionato. Lo shoegaze bedheadiano che apre la prova (“On a carousel”) è solamente uno degli elementi presenti nel portfolio della one man band ateniese, che dimostra nelle tracce successive di saper coniugare bene il post rock strumentale di area Mogwai con vivaci beat elettronici che sono qualcosa in più di un semplice accompagnamento ritmico.

Uno split forse non è mai troppo indicativo per misurare il valore reale di band o musicisti, ma in questo caso ci troviamo di fronte veramente ad un’opera pregevole.

Tracklist

1. Port-Royal Ernst Bloch
2. Port-Royal Agent 008 Codename Littlehorses (Aka The Lazybones)
3. Port-Royal Severnaya
4. Port-Royal Zobione Pt.2 (Absent Without Leave Remix)
5. Absent Without Leave On A Carousel
6. Absent Without Leave My Music Is Still Sad Though I Found My Happiness
7. Absent Without Leave Evening Walks
8. Absent Without Leave Blind (Port-Royal Remix)

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Little Victories, Little victories (Autoprodotto, 2008)

Posted by metropolinvisibile su ottobre 4, 2008

Vengono da New York e sono attivi fin dal 2003, anno in cui cominciano a farsi le ossa nei bugigattoli e negli scantinati adibiti a locali di Manhattan, Brooklyn, Asbury Park and Trenton, prima di essere catapultati nell’etere grazie alle trasmissioni della WFMU, leggendaria radio libera e no-profit newyorkese. Il loro ultimo lavoro, che è anche il primo “disco lungo”, è stato registrato da James Dellatacoma negli studi della Orange Sounds di Bill Laswell, ma è ancora in attesa di essere prodotto. Per adesso è fruibile on-line, attraverso i link che vi segnaleremo alla fine dell’articolo.

“Little victories” parte con una gettata di vernice indie a presa rapida: “Running with scissors” è un guizzo di vera classe, essenziale e sbarazzino, che lascia intravedere da subito di che pasta è fatta la band newyorkese. Il prosequio dell’album alterna fasi di noise-blues elettrico, che ha nelle sue corde le qualità elaborative dei Polvo e la violenza matematica dei Dazzling Killmen (“Subterannean haze”, “Celebrity police escort”), a momenti che riecheggiano ritmiche math-rock (“Alien tin men”) oppure atmosfere più propriamente post-rock, in stile Giardini di Mirò (“The opus” e la conclusiva “Cooking the wast”, unico pezzo cantato del disco.).

Tracklist

1. Running With Scissors
2. Subterannean Haze
3. Alien Tin Men
4. Celebrity Police Escort
5. The Opus
6. Taxi Takeoff Turbulence
7 .Cooking The Waste

Limk utili per ascoltare o scaricare il disco: http://sirenssound.blogspot.com

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Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-La-La Band, 13 blues for thirteen moons (Constellation, 2008)

Posted by metropolinvisibile su settembre 29, 2008

“This is just punk-rock to us”. Così i canadesi Thee Silver Mt. Zion definiscono sé stessi e l’idea di musica che giace dietro la loro straordinaria produzione. Se i Godspeed You Black Emperor, di cui è stato annunciato lo scioglimento proprio agli inizi di quest’anno, sono stati ingegneria ed intelletto, la loro “costola di lusso” TSMZ è stata, e continua ad essere, anima e istinto.

“13 blues for thirteen moons” esce a distanza di tre anni da “Horses in the sky”. Parla di guerra e di crisi, di quella gente che vede il baratro grazie al fallimento del liberismo global(izzato). Parla di “1.000.000 died to make this sound”! Si, avete capito bene: un milione di persone morte per la realizzazione di questo disco. “La musica appartiene a chiunque abbia mai strappato una melodia dal profondo del proprio cuore pulsante; e qualunque strimpellatore dominante venga nominato come l’alfiere del nuovo vero suono, ogni giorno che passa in questa grande vecchia historia della musica rock sappia che 1.000.ooo di persone sono morte per creare tutto questo”.

Un disco impegnato e teso, riflessivo ma intriso di elettricità fino al midollo. A partire proprio dalla citata traccia iniziale (che in realtà è la tredicesima, perchè preceduta da dodici micro-frammenti i circa tre secondi l’uno), splendido esempio di folk dissonante, nel quale emerge chiaramente la lezione che i Thee Silver Mt. Zion ci portano dal post-rock: la destrutturazione della forma-canzone.

Il disco ci concede altre tre tracce, regalandoci altrettanti momenti di pura magia. La title-track è uno slow-stoner, mischiato con frammenti di Jackie O Motherfucker, Hungry Ghost e Wooden Wand. La successiva “Black waters blowed, engine broke blues” sembra un pezzo dei Low inciso su un nastro smagnetizzato ed ascoltato ad uno stereo con le casse rotte. E poi c’è la conclusiva “Blindblindblind”. Una spettacolare ballata, rabbiosa e lisergica. Di quelle che ti annientano ogni movimento del corpo, della mente, ma non del cuore.

Che ti lasciano la forza solamente per pronunciare una parola: “Grazie!”. Grazie di esserci.

Tracklist

1. 1,000,000 Died to Make This Sound
2. 13 Blues for Thirteen Moons
3. Black Waters Blowed/Engine Broke Blues
4. Blindblindblind

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