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Archive for the ‘heavy, post heavy’ Category

Æthenor, Faking gold & murder (Vhf, 2009)

Posted by metropolinvisibile su gennaio 23, 2009

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Esce a fine gennaio il nuovo album degli Æthenor, licenziato dalla interessantissima Vhf Records. In questo terzo lavoro O’Malley (Sunn O))), Ktl), O’Sullivan (Guapo) e De Roguin (Shora) scelgono di farsi accompagnare da Alexander Tucker alla chitarra e David Tibet alla voce, oltre che da Nicola Field ed Alex Babel, dediti alla sezione ritmico-percussiva. E potrei anche fermarmi qui!

La cupezza apocalittica e la lugubre sinuosità della materia sonora Æthenoriana, unita con la maestosa ed austera teatralità del cantato-recitato di Tibet, sembrano riportare alla luce i primissimi Current 93; a tratti è un déjà vu, ed è terribilmente gradito. Man mano che scorrono i minuti i suoni si fanno sempre più scomposti. Drones aritmici trasformano le onde acustiche che si sprigionano dalle casse in gettiti di monossido di carbonio. La voce di Tibet sembra pervasa da visioni sataniche, frutto di un trip scaduto e poi immerso nell’amianto liquido. In questo magma di folk nero metallico acidificato c’è anche spazio per la luce e la speranza. L’ultimo episodio del disco sembra infatti un’ascesa dagli inferi, con Tibet che sembra inneggiare alla redenzione universale e gli altri sei lesti a costruire un muro sonoro che si erge dalla terra fino all’infinito, illuminandosi “solamente” di scintillante bravura. I suoni diventano sempre più rarefatti, poi cessano del tutto: applauso assoluto!  

Tracklist

non disponoibile

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Aidan Baker and Tim Hecker, Fantasma parastasie (Alien8, 2008)

Posted by metropolinvisibile su dicembre 14, 2008

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Forse il 2008 è stato l’anno delle musiche “d’ambiente”. Ambient destrutturato, ristrutturato, neocameristico, elettronico, noisy. Forse il 2008 è stato l’anno delle musiche d’ambiente perché escono sul finire dell’anno due autentici capolavori destinati a segnare una traccia indelebile proprio su queste musiche: “Black sea” di Fennesz e “Fantasma parastasie” di Aidan Baker e Tim Hecker. Due facce della stessa medaglia. Se Fennesz declina meravigliosamente l’ambient in senso elettroacustico-chitarresco (ma questa è una storia che non vogliamo raccontare adesso) Aidan e Tim lo fanno in senso drone-black (ed è questa la storia che vogliamo raccontare!).

Il metallo è diventato liquido. Il metallo nordico, in particolare. Ora diventa gas, si irradia nell’atmosfera assorbendo tutto l’ossigeno. L’aria diventa soffocante, irrespirabile. Non c’è via d’uscita. Non c’è più scampo. Il resto è apocalisse. Il resto è il suono di “Fantasma parastasie”. Sessantasei microtracce che descrivono in maniera impeccabile quel senso di quiete-inquietante postcatastrofica. Il senso del nulla, della materia che scompare, del funerale dell’universo a cui partecipano solamente suoni e rumori.

Tracklist

1 Phantom On A Pedestal
2 Hymn To The Idea Of Night
3 Auditory Spirits
4 Skeleton Dance
5 Gallery Of The Invisible Woman
6 Dream The Nightmare
7 Fantasma-Parastasie

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Rolo Tomassi, Hysterics (Hassle, 2008)

Posted by metropolinvisibile su novembre 23, 2008

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Dopo essersi proposti due anni fa con un EP omonimo, che ha dato loro un discreto successo di pubblico in patria, i giovanissimi sheffildiani Rolo Tomassi prendono il largo dalle sponde della terra d’Albione con l’ottimo “Hysterics”, licenziato dalla Hassle. Tra le bands della ormai variegatissima e satura scena post-core, i Rolo Tomassi sono quelli che più di tutti riescono a sussumere in maniera degna ed efficace le partiture baroccheggianti e la struttura sinfo-melodica del progressive degli anni Settanta. Per intendersi: è come se le canzoni dei Kid Dynamite fossero state scritte dai fratelli Shulman dei Gentle Giants, oppure come se “Nursey Crime” dei Genesis fosse uscito dopo la rivoluzione punk del ’77.

La bravura dei Rolo Tomassi sta soprattutto nel non cadere mai nella trappola della mera giustapposizione e di proporre un sound ibrido ed eterogeneo, che sa ben alternare ed integrare incursioni di jazz-rock alla Gong con scariche elettriche violente e implacabili (“I love turbulence”, “Fofteen”), imprevedibili scatti in Black Flag-style con ironici arpeggi di Casio che fanno il verso alla toy-elettronica (“Abraxas”, “Scabs”), schegge art-punk con accenni di melodie noir valorizzate dalla splendida voce di Eva Spence (“Nine”). Da segnalare, su tutte, “Everything went grey”, splendida aria pycho-ambient che a tratti sembra il russo Cisfinitum, e la conclusiva “Fantasia”, che nei suoi oltre quattordici minuti sintetizza tutta la materia di “Hysterics”, sovrapponendo alle tenere e delicate atmosfere prog-canterburyane sfrenate trivellazioni metallose e piccanti condimenti lo-fi.

Tracklist

1. Oh, Hello Ghost
2. I Love Turbulence
3. Fofteen
4. Abraxas
5. An Apology to the Universe
6. Nine
7. Macabre Charade
8. Trojan Measures
9. Everything Went Grey
10.Scabs
11.Fantasia

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Harvey Milk, Life…the best game in town (Hidra head, 2008)

Posted by metropolinvisibile su settembre 30, 2008

E’ ormai assodato da diversi anni che il metal sia diventato uno dei terreni più fertili della sperimentazione musicale. Se fino a qualche anno fa era un affare circoscritto ad un contesto di fans e seguaci più o meno stereotipati, adesso ogni prodotto che esce fuori dal “cilindro del metallo” viene sommerso da clamori e attenzioni, che spesso vanno oltre il dovuto.

Gli Harvey Milk sono un gruppo che sin dall’esordio, datato ormai tre lustri or sono, si è sempre contraddistinto per la sua atipicità rispetto all’intero movimento dell’heavy sound. Innanzitutto per il nome. Harvey Milk era un attivista del “Movimento di Liberazione degli Omosessuali” nella San Francisco degli anni Settanta, assassinato da un idiota omofobo nel 1978. Davvero poco comune per uno dei generi considerati tra i più “maschi” della storia della musica. E poi per un suono che non ha mai pienamente affondato le radici in nessuno degli scenari e sottoscenari che storicamente sono stati identificati come metal.

In “Life…the best game in town” le peculiarità degli Hervey Milk non accennano ad appannarsi, anzi sembrano ancora più accentuate. Reminiscenze sludge (vedi in particolare “Barnburner”) si inseriscono in un contesto sonoro più sofferente rispetto ai precedenti album, suggellato dal groole di Creston Spiers, sempre teso e doloroso. “Life…the best game in town” deve ai Carcass (“After all i’ve done for you, this is how you repay me”) quanto deve ad Helment e Jesus Lizard (“Decads”, “A maelstrom of bad decisions”) o ancora ai Cult of Luna (“Death goes to the winner” e la notevole “Roses”). Il suono rimane duro e compatto per tutti i quarantatre minuti del disco, nero come la notte polare, macabro come un ossario a cielo aperto.

Tracklist

1. Death Goes to the Winner
2. Decades
3. After All I’ve Done For You, This Is How You Repay Me?
4. Skull Sock and Rope Shoes
5. We Destroy the Family
6. Motown
7. A Maelstrom of Bad Decisions
8. Roses
9. Barnburner
10. Goodbye Blues

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Supesilent, 8 (Rune Grammofon, 2007)

Posted by metropolinvisibile su settembre 29, 2008

8 dei Supesilent è un disco colto, caratterizzato da una modalità di composizione raffinatissima, da una superba capacità di ricerca sonora. Il telaio dell’opera è costituito da un ambient sperimentale, nel quale via via vengono tessute trame che coniugano ossessioni avant-doom con glaciali fraseggi jazzedelici, disritmie elettroniche con frantumazioni stormandstressiane.

8 dei Supersilent è un disco colto, si diceva. Ma è un disco che contiene dentro di sé una potenza comunicativa derivante dall’urgenza da parte dei quattro norvegesi di raccontare le macerie dell’Europa del benessere, di evocare la notte di un mondo dove non abitano più i sogni del futuro, ma solamente gli incubi del presente.

Traclist

1 8.1
2 8.2
3 8.3
4 8.4
5 8.5
6 8.6
7 8.7
8 8.8

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