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Archive for the ‘folking, tradrock, lo-fi’ Category

Mv & Ee With The Golden Road, Drone trailer (Dicristina Stair Builders, 2009)

Posted by metropolinvisibile su aprile 2, 2009

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Agli inizi del decennio in corso Matt “MV” Valentine (già nei Tower Recordings) ed Erika “EE” Elder, in arte MV & EE, sono stati tra i pionieri di quel folk libero e destrutturato che nel corso degli anni ha dato vita ad un vero e proprio opificio di sperimentazioni e manipolazioni, in grado di dare alla luce oggetti di notevole spessore (basti pensare a Woods Family Creeps, Hala Strana, Ben Nash o Mountains, solamente per citare alcuni nomi). Circa venti album (tra CD, CDr, 7″ e live) prodotti in meno di dieci anni, innumerevoli collaborazioni, la creazione di una etichetta propria, la Child of Microtones, hanno consentito a Matt ed Erika di diventare dei veri e propri giganti di questa nuova stagione dell’american folk. E proprio dal “vivaio” della C.o.M. provengono i Golden Road, che accompagnano MV & EE in questo meraviglioso viaggio chiamato “Drone Tailer”.
Un viaggio che ripropone in maniera ancora più ricercata le coordinate principali del sound di MV & EE: nessuna riduzione di complessità, ma capacità di muoversi con estremo equilibrio, sinuosità e leggerezza in un territorio sterminato di influenze e sonorità. Sonorità che vanno dal dreampop decadente della iniziale “Anyway” al songwriting scanzonato di matrice banhartiana di “The hungry stones” e “Twichin’ “,passando, con sobrietà e disinoltura, ad una lettura in chiave raga dei Walkabouts (la title track). Notevolissima “Weatherhead hollow”, dieci minuti meravigliosi di psych-folk imbastardito da elementi drones e tessiture narco-blues. Notevole pure la conclusiva “Huna cosm”, che sembra raccontare di un deserto invaso dalla neve, e quindi ancora più spettrale, ancora più morto, ancora più fascinoso. Notevole tutto “Drone Tailer”.

 

 

Tracklist

1 Anyway  
2 The Hungry Stones  
3 Weatherhead Hollow  
4 Drone Trailer  
5 Twitchin’  
6 Huna Cosm

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Calexico, Carried to dust (Quarterstick, 2008)

Posted by metropolinvisibile su settembre 30, 2008

Partiamo con un dato di fatto: i Calexico abbandonano ogni velleità pop, allontanando quei fantasmi che tutti i seguaci del leggendario gruppo di Tucson avevano cominciato ad intravedere in “Garden ruins”. Questo non vuol dire che “Carried to dust” sia un puro e semplice “ritorno all’antico”. Sarebbe stata una sconfitta in partenza, una perdente auto-celebrazione, andare a ricercare/ricreare i suoni e le atmosfere di capolavori assoluti della musica come “The black light” oppure “Hot rail”.

I Calexico ripartono da dove avevano iniziato: dalla frontiera. Da quelle terre in bilico che segnano il passaggio da un mondo all’altro, ma che sono simili in tutto: nel calore della gente, nella puzza di whiskey che impregna i malandati bar, nei racconti dei vecchi cowboys che sfrecciavano con i loro cavalli nei ranch tra il Texas ed il Messico, nella musica, nel deserto. Due mondi che si contaminano a vicenda da secoli, e che il muro della vergogna, uno dei tanti muri della vergogna in circolazione su questo cazzo di pianeta, costruito a Tijuana non potrà mai del tutto dividere.

Questa volta i Calexico sanno anche andare oltre, sanno sconfinare, almeno dal punto di vista geografico. “Carried to dust” è pieno di America Latina, è pieno di Messico, Caraibi, Argentina, e concretizza quell’idea che si è sempre un po’ percepita nei loro precedenti dischi ma mai era affiorata in maniera così dirompente, e cioè che “l’America Latina comincia negli Stati Uniti”. Ed ecco la mezcla. Ecco quell’insieme di suoni e colori, di immagini e profumi dell’America, questa volta finalmente intesa come Continente, nella sua interezza. I passaggi cadenzati di “Two silver trees” e “The news about William” si alternano con le scorribande nel Jalisco a base di trombe, violini e guitarròn (“Victor jara’s hand”) e con ballate latine (“Inspiracion”). Irrobustiscono il lavoro “Slowness” e “Red bloom”, piacevoli road-songs cha fanno tornare in mente i Walkabouts e i Wilco, la morriconiana “El gatillo”, nella quale riemergono sonorità che rappresentano una sorta di marchio di fabbrica per i Calexico, ed il folk d’atmosfera corteggiato da sensuali sirene jazzy di “Bend in the road” e di “Contention day”.

I Calexico ci sono. Sicuramente il meglio di sé lo hanno già dato qualche lustro fa. Adesso ci si accontenta di spiragli di buona musica. Vedete voi se è poco!

Tracklist

1. Victor Jara’s Hand
2. Two Silver Trees
3. The News About William
4. Sarabande In Pencil Form
5. Writer’s Minor Holiday
6. Man Made Lake
7. Inspiracion
8. House Of Vaparaiso
9. Slowness
10. Bend In The Road
11. El Gatillo (Revisited)
12. Fractured Air (Tornado Watch)
13. Falling From Sleeves
14. Red Bloom
15. Contention Day

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Silver Jews, Lookout mountain, lookout sea (Drag city, 2008)

Posted by metropolinvisibile su settembre 29, 2008

“Lookout mountain, lookout sea” è il disco di un veterano, è il disco di quel David Berman che porta nel suo bagaglio vent’anni di vagabondaggio negli States. Un vagabondaggio che lo porta dalla New York dei Pavement alla Nashiville della old america, passando per la Luoisville del post-rock.

La scrittura di David è compatta e possente, la struttura sonora sempre godibile ed efficace, le atmosfere sembrano descrivere gli umori contrastanti di questo ragazzo con barba e camicione di flanella, figlio dell’America ruspante, assai lontana dalle bombe in Iraq o dai clamori delle campagne elettorali presidenziali.

La splendida “What is not but could be if”, con un cantautorato caldo e malinconico, apre le danze di una ballata folking che accompagna tutta l’opera, nella quale si intravedono ombre jazzy (“Aloyisius, bluegrass drummer) e talvolta anche decise virate verso il country-blues più d’annata (“San Francisco B.C.”). I ritmi e le sonorità tipicamente nashvilliane stanno sullo sfondo di queste dieci canzoni, nelle quali però emerge sempre un piglio rock’n’roll che rende l’album ancora più immediato. Quel rock delle origini di David, che esplode vigoroso in “Party barge”, delisiosa track dove affiora nitidamente il carattere lo-fi che ha reso i Silver Jews celebri nel mondo.

Tracklist

1 What Is Not But Could Be If
2 Aloyisius, Bluegrass Drummer
3 Suffering Jukebox
4 My Pillow Is The Threshold
5 Strange Victory, Strange Defeat
6 Open Field
7 San Francisco B.C.
8 Candy Jail
9 Party Barge
10 We Could Be Looking For The Same Thing

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