Archivio per la categoria ‘Recensioni’
Pubblicato da metropolinvisibile su Agosto 23, 2009

Ex componente dei mitici Microphones, band indie-lo-fi statunitense scioltasi nel 2003 per dare i natali ai Mount Eerie, Karl Blau celebra con “Baby nattles” i quindici anni di attività. Ancora una volta il polistrumentista di Anacortes incide per la K records, una sorta di etichetta/collettivo oramai da quasi un ventennio punto di riferimento della scena underground dello stato di Washington.
Come ci aveva abituato nei precedenti album, tra i quali segnaliamo l’ottimo “Dance positive” del 2007, Karl propone un folk rock assai contaminato, sapientemente miscelato con elementi di elettronica vintage, spruzzi di bossa ed mpb ed atmosfere dub-jazzy toccanti e suggestive. A suggellare il tutto una voce asciutta e calda, capace di regalare perle di cantautorato psychedelico (“A song for henry darger”, ”Vampire victim”) o di immergersi in ballate rock alla Chad Van Gaalen (“Song for kevin”) nelle quali riemergono fieramente i trascorsi lo-fi.
Pubblicato su Recensioni, waves | Contrassegnato da tag: k records, karl blau, mount eerie, the microphones | 1 Commento »
Pubblicato da metropolinvisibile su Maggio 26, 2009

La prolificità dei californiani Celer può essere colta come un vero e proprio paradigma dell’espansione che sta attraversando la scena ambient-drone, in particolare negli Stati Uniti, in questi ultimi anni. Più di trenta uscite (tra album veri e propri, cdr, mini ed altre produzioni minori), ben sei delle quali avvenute nei primi cinque mesi del 2009, sono un repertorio veramente notevole per i coniugi Will & Dani Long che hanno da poco festeggiato i cinque anni di attività.
Tra le produzioni di quest’anno, senza nulla togliere soprattutto a “Engage touches” (licenziato dalla Home Normal) e”Four pieces / one” (uscito a gennaio per la Smallfish), “Capri” è senz’altro quella destinata a riceve più attenzioni e lusinghe, e questo essenzialmente per due ragioni. In primo luogo la cornice: l’album è stato interamente registrato nella splendida isola tanto cara ad Augusto e Tiberio, riprendendola da una prospettiva obliqua, che taglia di sbieco gli agrodolci effluvi di limoni, i raffinati sapori tipicamente mediterranei ed il rude incespicare del mare sui Faraglioni. Altri-odori, saltri-sapori, altri-colori, altri-rumori che non solo fanno da sfondo, ma sembrano addirittura fondersi nel suono dei Celer, accompagnandoci per tutti i 78 minuti dell’opera. In seconda battuta le ventinove tracce di “Capri” rappresentano una sintesi organica dell’intero “Celer-sound”. Trame sonore semplici e rigorose, che non scadono mai in barocchismi e deliri caustici fuori luogo. Intrecci di drones e field recordings dalla postura sempre aristocratica. Tappeti sinuosi di un organo sottomarino che mutano in lievissimi e minimali tocchi di piano. Fluida, profonda, solare: è la firma scolpita dai Celer sulle scogliere rocciose di Capri.
Tracklist
1 Mouthfeels of Capreae
2 Polaroid Family Portrait
3 Unequal Temperament
4 Ascensionaires
5 A Pause
6 An Erne of a Sigh
7 With Ice, Anent the Steam
8 We Missed You Favonian
9 Listen to the Inverted Sounds, Falling
10 Op.0
11 Is Lands
12 Bracelets Passed to Spanish Hands
13 Paired Plateaus
14 When Ice Makes You Weep
15 Transposing Piano
16 In Characteristic Form
17 Transcribe This Past
18 Still Running
19 In A Past of Haze, These Beaches
20 I’ve Got My Love to Keep Me Warm
21 Sonata for Dual, Unaccompanied Piano
22 Craven Gardens
23 Lint White
24 Others World
25 Symtolomny
26 Anacapri
27 Lists of Sycophants and Wishing
28 Rich Telescopes
29 A Sorted Ending
Pubblicato su Recensioni, disturbi, frantumi | Contrassegnato da tag: ambient drones | 1 Commento »
Pubblicato da metropolinvisibile su Aprile 28, 2009

Siamo agli sgoccioli del primo decennio del XXI secolo e considerare ancora il post-rock serbatoio di innovazione musicale è pura follia. Ci sono ancora band in grado di interpretare le sonorità di Mogwai & Co. con estremo rigore e dignità (vedi i “nostri” Port Royal, i Low Frequency in Stereo, i This Will Detroy You e pochi altri), ma è innegabile che la stragrande maggioranza delle produzioni post-rock contemporanee è contrassegnata da un manierismo assoluto.
Proprio in virtù di queste considerazioni il lavoro di Kevin Micka (già attivo nei Common Cold) e dei suoi Animal Hospital assume ancor più valore perchè riesce ad evadere in maniera netta da ogni supporto di etichetta, mostrando un’attitudine che ci fa tornare indietro di circa un quindicennio, quando il post-rock era tutt’altro che una semplice tag musicale, ma rappresentava il più grande cantiere globale di trasformazione della musica.
A distanza di cinque anni dall’esordio ufficiale della one man band, il ragazzo di Boston in questo 2009 sente di aver davvero molto da dire, facendo uscire ben due album a pochissimo tempo di distanza l’uno dell’altro: “Memory” (edito agli inizi di marzo da Barge recordings) e l’ultimissimo “Good or planty, streets and avenue”. Quest’ultimo contiene una serie di tracce registrate in maniera estemporanea da Kevin tra il 2007 ed il 2008, che solamente in un secondo momento vengono raccolte in un progetto discografico unico.
Ed è forse proprio questa estemporaneità a far sprigionare tutta la potenza espressiva di Animal Hospital che, dopo l’intro di “We can”, invade i nostri sensi con “Nevel moments”, drone-folk asprissimo intriso della visionarietà del miglior Roy Montgomery. L’ondeggiare lieve e circolare di “March and june”, calibrato dalla splendida voce di Katharine Fisk Shields, ricorda piacevolmente le atmosfere ammiccanti degli Aerial M, mentre la quasi-fennesziana “11.18.07″ e l’ambient ruvido di “What it they are friendly” sembrano sintomi di un isolazionismo deviato e convulso. L’interludio elettroacustico di “Good or plenty” ci traghetta nella parte finale del disco, quella più propriamente post-rock. “Dafine” è in bilico fra i primi Tortoise, ed i Fly Pan Am più folkeggianti, “Barnyard creeps” ricorda le pregevoli ed elaborate tessiture dei Windsor for the Derby talvolta sovrastate da barlumi di noise, mentre la conclusiva “Labor day” è un coacervo di psichedelia ambientale e rumorismi astratti su cui sembra vagamente installarsi l’eco del cosmic country dei Rex. Il post rock dei ‘90 è stato un laboratorio aperto di sperimentazioni e contaminazioni: Animal Hospital è in grado di far rivivere quello spirito e per questo non gliene saremo mai grati abbastanza.
Tracklist:
1. We Can (0:32)
2. Novel Moments (5:08)
3. March and June (6:23)
4. 11 18 07 (5:55)
5. What If They Are Friendly (3:55)
6. Good or Plenty (1:43)
7. Define (7:07)
8. Barnyard Creeps (5:38)
9. Labor Day (6:59)
Pubblicato su Recensioni, post rock e scene contigue | Contrassegnato da tag: drone folk, mutable sound, post rock | 2 Commenti »
Pubblicato da metropolinvisibile su Aprile 26, 2009
Verona libera e liberata
da globalproject
Oggi Verona ha riconquistato un pezzo di libertà perché si è determinata dal basso l’apertura e l’occupazione di uno dei tanti luoghi resi invisibili, chiusi e inulizzati e in attesa di una speculazione futura, o di un inquilino disposto a sborsare al proprietario quattordici mila euro al mese (quattordici mila euro capite?!: questo è l’affitto richiesto).
Verona libera e liberata nonostante il sindaco Tosi la voglia blindare ad ogni ricorrenza scomoda come quella del 25 aprile (le cariche nervose della polizia,verso chi manifestava in piazza Bra questa mattina lo dimostrano) o durante le manifestazioni per rivendicare o difendere i diritti di cittadinanza ed esistenza. Eventi che restituiscono alla memoria collettiva la necessità di rinnovare gli ideali resistenziali attualizzandoli nelle lotte sociali e politiche odierne (impossibile dimenticare l’immensa manifestazione di migranti, studenti, precari del 25 aprile dello scorso anno).
Quello che avviene oggi e in divenire non è solo la riappropriazione di spazi di libertà fisici, ma anche e soprattutto la conquista di spazi mentali, culturali e politici perché determinano partecipazione, condivisione e forme di vita libere: di esprimersi, di muoversi, di disobbedire ai divieti, di insorgere. Spazi liberati altrimenti abbandonati, blindati e chiusi come le menti di chi governa questa città: una “close mind” pericolosa perché privilegia i poteri forti e lo sperpero di denaro pubblico in grandi opere devastanti senza ascoltare e considerare i pareri e le necessità dei “suoi” cittadini. Politici che ignorano quanto il benessere sociale e la sicurezza non si determinano attraverso un maggiore sfruttamento delle risorse (limitate) o l’applicazione di strumenti securitari ed escludenti: le telecamere, i test antidroga, le politiche “preventive”, repressive e di controllo nelle scuole, sui posti di lavoro, come nelle strade. Ma si determinano attraverso l’apertura di reali spazi di libertà sempre più richiesti e necessari, spazi fisici e mentali che riconoscano le nuove forme di vita insorgenti, giovani, meticce ed autogestite, sempre più presenti e necessarie nel tessuto sociale metropolitano. Nuove generazioni e nuovi cittadini che vivono con diffidenza e rabbia le politiche restrittive ed escludenti sociali ed economiche dove non solo il reddito ed i diritti vengono ristretti e resi precari, ma la vita intera viene limitata nella propria inalienabile aspirazione che è la libertà.
Oggi si è dimostrato che gli spazi sociali, le case, i diritti sui posti di lavoro come nelle università si devono conquistare e difendere soprattutto in tempi di crisi e di malgoverno.
Oggi si è dato un segnale di discontinuità rispetto alle politiche securitarie dello sceriffo Tosi… Si è dimostrato che Verona è libera se è sempre più liberata.
Collettivo Metropolis, Collettivo Studentesco Verona
Pubblicato su Recensioni | Contrassegnato da tag: collettivo metropolis, occupazione veronetta, verona libera | 1 Commento »
Pubblicato da metropolinvisibile su Aprile 2, 2009

Agli inizi del decennio in corso Matt “MV” Valentine (già nei Tower Recordings) ed Erika “EE” Elder, in arte MV & EE, sono stati tra i pionieri di quel folk libero e destrutturato che nel corso degli anni ha dato vita ad un vero e proprio opificio di sperimentazioni e manipolazioni, in grado di dare alla luce oggetti di notevole spessore (basti pensare a Woods Family Creeps, Hala Strana, Ben Nash o Mountains, solamente per citare alcuni nomi). Circa venti album (tra CD, CDr, 7″ e live) prodotti in meno di dieci anni, innumerevoli collaborazioni, la creazione di una etichetta propria, la Child of Microtones, hanno consentito a Matt ed Erika di diventare dei veri e propri giganti di questa nuova stagione dell’american folk. E proprio dal “vivaio” della C.o.M. provengono i Golden Road, che accompagnano MV & EE in questo meraviglioso viaggio chiamato “Drone Tailer”.
Un viaggio che ripropone in maniera ancora più ricercata le coordinate principali del sound di MV & EE: nessuna riduzione di complessità, ma capacità di muoversi con estremo equilibrio, sinuosità e leggerezza in un territorio sterminato di influenze e sonorità. Sonorità che vanno dal dreampop decadente della iniziale “Anyway” al songwriting scanzonato di matrice banhartiana di “The hungry stones” e “Twichin’ “,passando, con sobrietà e disinoltura, ad una lettura in chiave raga dei Walkabouts (la title track). Notevolissima “Weatherhead hollow”, dieci minuti meravigliosi di psych-folk imbastardito da elementi drones e tessiture narco-blues. Notevole pure la conclusiva “Huna cosm”, che sembra raccontare di un deserto invaso dalla neve, e quindi ancora più spettrale, ancora più morto, ancora più fascinoso. Notevole tutto “Drone Tailer”.
Tracklist
| 1 |
Anyway |
|
| 2 |
The Hungry Stones |
|
| 3 |
Weatherhead Hollow |
|
| 4 |
Drone Trailer |
|
| 5 |
Twitchin’ |
|
| 6 |
Huna Cosm |
Pubblicato su Recensioni, folking, tradrock, lo-fi | Contrassegnato da tag: avant folk, out folk | 1 Commento »
Pubblicato da metropolinvisibile su Marzo 7, 2009

La follia è l’estrema incapacità di vivere dentro l’esistente e carpirne i suoi elementi più concreti o al contrario è la spontaneamente meravigliosa maestria di tradurre l’irrealizzabile in realtà tangibile. Hexlove, al secolo Zac Nelson, batterista e polistrumentista vivente in quel di San Francisco ma illinoisiano di nascita, è tutte e due queste cose messe insieme: mostruosamente decelebrato, ma di una genialità rapida, intuitiva, spiazzante.
Prendete il freestyle di Cornelius ed elevate il free all’ennesima potenza: vi assicuro che siete ancora lontani dal poter comprendere il grado di “pazzia” che si cela dietro “Pija z bogiem” (ricordiamo che il disco esce per la Dreamsheep del “nostro” Valerio Cosi!). Perchè questo è un disco davvero inafferabile, dove complessità, sintesi ed elementarità infantile convivono in maniera sublime, dove percussioni dal ritmo indefinibile, chitarre sbilenche e malate, voci idiote e sintetizzatori suonati come claviette offrono quasi 105 minuti di delirio puro e assoluto. Il synth-pop deviato di “Herb”, la psychedelia mutante di “Voomers” e “The lake dies twice”, la finta-bossa di “She heals blister”, il drone soffocato e soffocante di “Mocking bird totem” sono solamente alcuni mirabili esempi di un capolavoro lungo 20 fermate.
Tracklist
1. Rock Yourself Out Chah Body
2. Verse Coarse
3. New Quote Lyar
4. Herb
5. Hickory
6. Gamork
7. Relax, Live
8. Voomers
9. Scared Of Hate
10. Web Circle Spiral Dust
11. The Lake Dies Twice
12. Your Ning And Pressing Play
13. Boss Quiet
Disc Two
1. She Heals Blister
2. I Have Flight
3. Tropical Boom 3
4. Mocking Bird Totem
5. Mahd
6. Tropical Boom 5
7. Grandpa Okonski’s Perpetual Motion Magnet Gene
Pubblicato su Recensioni, waves | Contrassegnato da tag: zac nelson | 2 Commenti »
Pubblicato da metropolinvisibile su Febbraio 17, 2009

Cristalli di new wave, schegge impazzite di kraut crepuscolare, polvere di proto-synthpop, un pò sheffildiano (Cabaret Voltaire) un pò newyorkese (Suicide). Sono questo i pilastri che costituiscono l’ossatura di “Running with the beast”, secondo album del duo di Amsterdam dopo l’esordio interlocutorio di “Sound of zZz”, datato 2005. E su questa montatura tardo Settanta primi Ottanta si innestano elementi di indie contemporanea: i These New Puritans sono più che una semplice eco, il punk funk evoluto di Foals, The Chap e Mahjonng un richiamo costante e lo shitgaze dei Times New Viking una forte suggestione.
Riferimenti a parte, ciò che rende davvero superlativa la prova dei zZz è il costante equilibrio tra ritmo e potenza, tra impulsi e fluidità, che rende il suono sempre dinamico e vivo ed i passaggi mai banali. La devastante ouverture di “Lover”, dove si snoda un corposo techno-pop farcito con delizie degli ultimi Hot Chip, la rude “Grip” e la sontuosa “Spoil the party”, in bilico tra i Depeche Mode di “Construction time again” ed i primi Ultravox, danno immediatamente l’idea che gli olandesi facciano davvero sul serio. L’incalzante r’n'r di “Sign of love” e l’ironia dance di “Majeur” fanno da preludio alla meravigliosa title-track, sei minuti di new wave malata intrisa di psichedelia narcotica che tutto ad un tratto sembra quasi sfociare in un delirio noise. A seguire la cupa “Amanda”, sulla quale aleggia il fantasma di Ian Curtis, che precede “Loverboy” e “The movies”, incursioni simulate negli anni Sessanta. Il finale onirico e surreale di “Islands” è la ciliegina sulla torta di un disco che si candida già da ora ad entrare tra i miei “The best” del 2009.
Tracklist
 |
| 1. |
Lover |
|
| 2. |
Grip |
|
| 3. |
Spoil The Party |
|
| 4. |
Sign Of Love |
|
| 5. |
Majeur |
|
| 6. |
Running With The Beast |
|
| 7. |
Amanda |
|
| 8. |
Loverboy |
|
| 9. |
The Movies |
|
| |
| 10. |
Angel |
|
| |
| 11. |
Islands |
Pubblicato su Recensioni, punk-funk, elettroclash ed evoluzioni | Contrassegnato da tag: elettro punk, new wave anni'00, punk funk, shitgaze | 3 Commenti »
Pubblicato da metropolinvisibile su Febbraio 10, 2009


Trovandosi di fronte ad un uscita solista di un componente dei Black Dice, di certo non ci si aspetta un album cantautoriale e folky, nonostante gli stilemi dell’acoustic sound stiano trovando da tempo più di una sponda negli ambienti più radicali e weird delle musiche contemporanee. Non è però il caso di Eric Copeland, che si cimenta in quello che da anni fa con i Black Dice e che molto probabilmente gli riesce meglio che a chiunque altro: la power electronics, ovvero la commistione di elementi noise con l’elettronica radicale. Genere, sub-genere o no-genere, che dir si voglia. Senz’altro ciò che, a detta di molti, ha fatto dei Black Dice una della band più innovative e significative del decennio che volge al termine.
Rispetto alle produzioni del “gruppo madre”, il lavoro solista di Copeland si presenta più “etereo” e meno spigoloso, più fumoso e meno fiammeggiante, più ipnotico e meno ossessivo. In alcuni tratti “RGAG” risulta intriso di una materia ambient pressochè sconosciuta ai BD, che talora riecheggia però altri celebri gruppi del magnifico panorama della New Weird America, in particolare gli Aa e gli Air Conditioning. I cinque pezzi che compongono l’opera più che sembrare cinque episodi distinti di una saga appaiono cinque capitoli intrecciati di un poema senza inizio nè fine, a volte indistinguibili uno dall’altro, ma sempre capaci di portare avanti una trama avvincente e mai banale. Una trama fatta di power electronics minimale che a volte nasconde altre volte rivela accenni di country-blues deviato (“Untitled 1″), di art-garage (“Untitled 2″), di minimalismo steve-reichiano in connubio con arabesque (“Untitled 3″), di finto-kraut (“Untitled 4″) e sperimentalismi ubriachi (“Untitled 5″).
Tanta carne al fuoco ma si sa, concludendo con un banalissimo luogo comune, che “l’appetito vien mangiando”, ma con questa roba la cosa è vera solo per palati finissimi.
TITLETRACK
1. Untitled 1
2. Untitled 2
3. Untitled 3
4. Untitled 4
5. Untitled 5
Pubblicato su Recensioni, waves | Contrassegnato da tag: black dice, new weird america | 1 Commento »
Pubblicato da metropolinvisibile su Gennaio 27, 2009

“Eravamo così felici”…forse quando non c’era la crisi, forse quando non eravamo precari (…ma quando non lo siamo stati???), forse quando eravamo bambini o adolescenti e ballavamo gli Snap con ingenua goffaggine. “Eravamo così felici”, manifesto dell’Italia malata degli anni Duemila, secondo Valerio Mattioli (Blow up 128, gennaio 2009). E come potergli dar torto, se pensiamo solamente al personaggio a cui è dedicato il concept: tale Mirko Sartori, protagonista di uno dei fatti di cronaca più angoscianti e tetri degli ultimi anni.
Ne esce fuori un racconto violento e penetrante, fatto di voci orrorifiche e testi scritti con una penna al vetriolo, atmosfere malsane e trame sonore nerissime. Suoni che riecheggiano l’industrial old school si mischiano con elementi deviati della power electronics contemporanea: il tutto immerso in una miscela new-noise a base di Hair Police, Prurient e candeggina non profumata. Sono fermamente convinto che se David Lynch dovesse girare “Velluto blu” adesso, chiamerebbe i Black Dice a fare la colonna sonora. Ragionando per paradossi, potremmo senz’altro suggerire ad un Pupi Avati in cerca di una colonna sonora per “Zeder” proprio questi folli e “maledetti” toscani.
Tracklist
| 01 |
|
Via S. Martino , Orsara |
| 02 |
|
20 Novembre |
| 03 |
|
Agli Uomini |
| 04 |
|
Non Buttatemi Via |
| 05 |
|
La Croce |
| 06 |
|
Il Corpo Della Mia Mamma |
| 07 |
|
La Prima E Anche La Tua Preferita |
Pubblicato su Recensioni, disturbi, frantumi | Contrassegnato da tag: mirko sartori, power electronics italiana, turgid animal, zeder | Lascia un commento »
Pubblicato da metropolinvisibile su Gennaio 23, 2009
Esce a fine gennaio il nuovo album degli Æthenor, licenziato dalla interessantissima Vhf Records. In questo terzo lavoro O’Malley (Sunn O))), Ktl), O’Sullivan (Guapo) e De Roguin (Shora) scelgono di farsi accompagnare da Alexander Tucker alla chitarra e David Tibet alla voce, oltre che da Nicola Field ed Alex Babel, dediti alla sezione ritmico-percussiva. E potrei anche fermarmi qui!
La cupezza apocalittica e la lugubre sinuosità della materia sonora Æthenoriana, unita con la maestosa ed austera teatralità del cantato-recitato di Tibet, sembrano riportare alla luce i primissimi Current 93; a tratti è un déjà vu, ed è terribilmente gradito. Man mano che scorrono i minuti i suoni si fanno sempre più scomposti. Drones aritmici trasformano le onde acustiche che si sprigionano dalle casse in gettiti di monossido di carbonio. La voce di Tibet sembra pervasa da visioni sataniche, frutto di un trip scaduto e poi immerso nell’amianto liquido. In questo magma di folk nero metallico acidificato c’è anche spazio per la luce e la speranza. L’ultimo episodio del disco sembra infatti un’ascesa dagli inferi, con Tibet che sembra inneggiare alla redenzione universale e gli altri sei lesti a costruire un muro sonoro che si erge dalla terra fino all’infinito, illuminandosi “solamente” di scintillante bravura. I suoni diventano sempre più rarefatti, poi cessano del tutto: applauso assoluto!
Tracklist
non disponoibile
Pubblicato su Recensioni, heavy, post heavy | Contrassegnato da tag: avant metal, drones, ktl, o' malley, post doom, post hardcore, vhf records | Lascia un commento »